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Segno,
spazio, colore che dialogano in interazioni dinamiche. Geometrie
rigorose e, nello stesso tempo, vibranti di echi emotivi. Recupero
dell’alterità in una tensione continua al suo superamento. Questo
è il lavoro di Giorgio Ulivi. Già
presente, in nuce, fin dagli inizi chiaramente espressionistici degli
anni ’60, pur con la loro personale dimensione narrativa, espressa
in termini dichiaratamente ironici. Non
è il racconto, però, che interessa Ulivi: bensì l’escavo delle
possibilità espressive di un segno che sia, nello stesso tempo, traccia
metaforica dell’io e realtà oggettiva. Un
segno che, nei secondi anni ’60, nega ogni diegesi ed acquista valenze autonome;
per poi ricercare – insofferente di questa raggiunta autonomia – una
sua concreta materializzazione tridimensionale nel suo contrario
oggettuale, esasperato, ingigantito. Così,
a fine anni ’60, i temi del
periodo espressionista – a sfondo spesso ludico / sessuale –
troveranno una loro definizione in oggetti di chiara matrice pop:
grappoli fallici o mele e bruchi giganti dai colori accesi, che si
stagliano nello spazio con una perentorietà sconcertante e in una
disposizione giocosa che si stenta a percepire germogliata dai segni
precedenti. Ma
già da questo periodo Ulivi procede per coppie dicotomiche
autogenerantisi, in un’alternanza dialettica che propone e riassorbe i
contrari, alla ricerca di sempre nuove – ed immancabilmente penultime
– relazioni spaziali, formali e sintattiche. Libertà
rimanda dunque a costrinzione. E
le prime “gabbie” degli
anni ’70, allusivo luogo – non luogo, sono così anche un mezzo per
“fermare”, per “chiudere” in un’ improbabile e temporanea
staticità gli oggetti liberi del periodo precedente, per
razionalizzarne e dominarne la proliferazione… Ma
Ulivi non può fermarsi a questo. E sarà allora la stessa gabbia a rendersi vitale di per sé, ad acquistare una sua autonomia e ad offrirsi come struttura misteriosa, ambigua e polisemica della dialettica esterno/ interno, aperto/chiuso, forma/non forma. Esaurite
però le sue possibilità linguistiche, la gabbia subirà un azzeramento
alla bidimensionalità della rete; e la rete, a sua volta, promuoverà
il contrario di sé in quelle superfici (superfici reticolate) in cui è presente solo come “assenza”:
individuata in un non – colore che ne mantiene il ricordo, la
“traccia” e riga il cromatismo del fondo. La
pittura ha negato la corposità della materia. Ed
alla pittura, nei primi anni ’70, Ulivi affida anche il compito di
tradurre gli oggetti del periodo precedente in forme geometriche pure. Lucida razionalità, rigorismo estremo, freddezza compositiva ed essenzialità linguistica sembrano prendere il sopravvento: ma, nelle “Superfici impossibili” del ’72 le geometrie apparentemente aperte si contraddicono, i percorsi creati sono illusori e si vivificano di fremiti emozionali. La lezione di Escher appare risolta nel suo contrario, mentre nelle “Superfici nere” la prospettiva è contraddetta, rovesciata: la fuga prospettica di linee si fa emersione e non – fuga. |
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