Gabbie |
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| Che Giorgio Ulivi appartenga idealmente alla tradizione costruttivista è subito evidente, ma sono cambiati i tempi. Una delle caratteristiche di quella tradizione era la volontà di "rifare" il mondo partendo dall'ipotesi che la vita dovesse ridursi sì alla coscienza, ma alla coscienza intesa come centrale strutturalità del pensiero indipendentemente dai contenuti specifici.
Di qui composizioni e gabbie in cui si cortocircuitano realtà e ragione, nelle quali la ragione deve fare i conti con materiali eterocliti, anomali, ritrovare in essi i motivi di un’organizzazione che vale in quel dato momento oppure, come nelle gabbie, accettare l'avventura dei colori, un’avventura che può nascere solo dopo un lungo tirocinio, dopo una prolungata esercitazione sul lessico e sull'alfabeto della pittura. Anziché parare in quella lucida logica dell'assurdo alla cui luce qualcuno ha voluto intendere i lavori di un Le Witt, Ulivi riprende il cammino là dove s'era interrotta l'opera di un grande come Luigi Veronesi: a quest'ultimo lo avvicina non tanto l'ammicco ad arti limitrofe quali la musica (alla quale del resto ammiccava anche Kandinskij), quanto soprattutto lo spirito gioioso e ludico di una ritrovata e libera creatività che si misura con forme e colori e che si accende, ripeto, solo a seguito di una lunga, meditata e rigorosa, frequentazione degli elementi basilari del linguaggio visivo.
Bruno Corà |
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