Luigi Bernardi

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Che Giorgio Ulivi appartenga idealmente alla tradizione costruttivista è subito evidente, ma sono cambiati i tempi. Una delle caratteristiche di quella tradizione era la volontà di "rifare" il mondo partendo dall'ipotesi che la vita dovesse ridursi sì alla coscienza, ma alla coscienza intesa come centrale strutturalità del pensiero indipendentemente dai contenuti specifici. La percezione è allora un atto creativo: afferrare la forma della realtà significa dar forma alla realtà, scoprirne le leggi e la struttura interna che sono poi anche la legge e la struttura della coscienza.

E' questa premessa fondazionale che è venuta meno e con essa l'idea di una progettualità di largo respiro e Ulivi queste cose le sa benissimo. Sa che la realtà, con i suoi fenomeni, si estende infinitamente al di qua e al di là della zona controllata dalla ragione: come potremmo sostenere l'universalità di un'arte che investisse soltanto una zona esigua, forse trascurabile, del reale? Tuttavia Ulivi ritiene che non si possa rinunciare a fare i conti con quella razionalizzazione dei processi visivi innescata dai costruttivisti, con quelle loro ormai storiche, iniziali, "messe a punto" della grammatica visiva (penso alla lezione del Bauhaus, del Vchutemas e in fondo della stessa scuola Ulm).Certo, ieri tali "messe a punto" sembravano legate e convalidate da una sorta di affermata circolarità tra realtà profonda e io profondo (è questo il lascito, più che di Mondrian o di Malevic, di Kandinskij con la sua "necessità interiore"). Oggi tuttavia, anche se la carica utopica è venuta meno, la tensione analitica mantiene la sua forza. Così Ulivi ha ritenuto che quei principi di razionalizzazione del fare non dovessero andar perduti, che da quelle esperienze occorresse prendere le mosse (come dimenticare in particolare l'insegnamento di Kandinskij al Bauhaus ?) Ha preso atto del ridimensionamento dei valori, del fatto che qualsiasi progetto oggi ha il respiro corto e che la ragione deve muoversi e adattarsi a situazioni concrete e specifiche. Sa anche che la Pop art ha segnato uno iato, un solco tra l'arte di ieri e quella di oggi, quello che Huyssen chiama the great divide: che la ragione si legittima appunto solo se fa i conti con le cose concrete, se scende dall'alto e si misura con una realtà quanto mai proteiforme (anche se raramente ricordato, non sottovaluterei l’influsso della Pop art in Ulivi, se non altro come elemento di stimolo, di confronto, come invito all'arte perché si proietti nel mondo e non faccia i conti solo con se stessa). Di qui composizioni e gabbie in cui si cortocircuitano realtà e ragione, nelle quali la ragione deve fare i conti con materiali eterocliti, anomali, ritrovare in essi i motivi di un’organizzazione che vale in quel dato momento oppure, come nelle gabbie, accettare l'avventura dei colori, un’avventura che può nascere solo dopo un lungo tirocinio, dopo una prolungata esercitazione sul lessico e sull'alfabeto della pittura. Anziché parare in quella lucida logica dell'assurdo alla cui luce qualcuno ha voluto intendere i lavori di un Le Witt, Ulivi riprende il cammino là dove s'era interrotta l'opera di un grande come Luigi Veronesi: a quest'ultimo lo avvicina non tanto l'ammicco ad arti limitrofe quali la musica (alla quale del resto ammiccava anche Kandinskij), quanto soprattutto lo spirito gioioso e ludico di una ritrovata e libera creatività che si misura con forme e colori e che si accende, ripeto, solo a seguito di una lunga, meditata e rigorosa, frequentazione degli elementi basilari del linguaggio visivo.

Luigi Bernardi

Firenze 5 settembre 2000

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