Stefania Gori

“ Lo Spar (t) ito ritrovato “

Giorgio Ulivi è nato a Vico Pisano il 1938. Dopo aver fatto una serie d’esperienze lavorative

come falegname, ceramista e operaio alla San Giorgio, s’iscrive, nel 1956, all'Istituto d’Arte

di Pistoia per poi diplomarsi a Firenze, a Porta Romana, nel corso di pittura murale del 1959.



Frequenta l'Accademia di Belle Arti di Firenze e, seguendo il corso di pittura di Primo Conti, diploma nel 1964. Durante gli anni dell'Accademia, Ulivi s’impegna in una ricerca che lo allontana dal linguaggio figurativo, legato alla tradizione pistoiese della scuola di Cappellini, avvicinandosi invece ad opere informali espressioniste, lungo il filone di ricerca aperto dal gruppo Co.Br.A. Per inciso, il gruppo Co.Br.A sarà anche la materia della sua tesi e, proprio in quest’occasione, instaurerà una corrispondenza con il poeta Dotremont e con Pierre Alechinsky. Da rilevare, in questi anni di studio, sono anche l'amicizia profonda che lo lega al maestro Conti e la frequentazione di altri amici, quali gli studenti Renato Ranaldi, Gattuso Lo Monte, Ragusa.

Finita l'accademia, apre a Pistoia lo studio in via Nazario Sauro continuando la propria ricerca in campo pittorico. Il colore ormai dilaga sulla superficie dei suoi lavori, nascondendo i tratti delle figure, a loro volta espresse costantemente nell'opposizione di nudi maschili e femminili. Nel 1966 è a Roma, per il servizio militare, e partecipa alla Quadriennale, esponendo nel settore della grafica tre litografie, studio e riflessione sull'uso di un segno libero che delinea, dipanandosi, coppie di figure ripetute come in un racconto; quasi un susseguirsi dello stesso tema in immagini sempre diverse (fig.1).

Sono gli anni in cui artista cerca un "segno vitale". Attraverso la pratica della calligrafia ricerca una scrittura che divenga forma (fig. 2). L'interesse per il linguaggio segnico, tradotto dall'esperienza informale, è mediato dall'uso del colore e dalla volontà del racconto, come ricerca di rottura di stampo espressionista. Il passaggio dal racconto allo studio dell'oggetto, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, porta Ulivi, sotto l'influsso delle ricerche pop di quegli anni, ad una serie di opere nuove come Mela con baco o Il baco in gabbia, del 1968. In questa serie di lavori le forme vengono realizzate in legno centinato e dipinte con stucchi metallici. Si torna a rappresentare naturalisticamente l'oggetto, ma lo s’ingrandisce e si rende artificiale e ambiguo. La mela è appesa su una superficie verticale, simile a quella di un quadro, dalla quale sembra uscire rompendo lo schema della bidimensionalità. Il baco in gabbia, poi, occupa lo spazio tridimensionale di una scultura (fig. 3). I temi di quegli anni sono spesso provocatori e si incentrano sulla riproduzione degli organi sessuali maschili e femminili. Certe opere vengono addirittura bandite dalle esposizioni. L'ironia è quella drammatica degli anni Sessanta; ma, di questa ricerca, rimarrà all'artista l'aver ripensato in modo diverso alla superficie pittorica e l'averla superata e annullata come limite per quel segno che in origine cercava nuove profondità (fig. 4). E' poi da questi lavori che perviene allo studio della contrapposizione fra elementi squadrati le gabbie metalliche, e le rotondità di elementi sferici posti al loro interno. Da contrapposizioni dei sessi, nel lavoro precedente, a interazioni fra linee e forme. La serie delle Gabbie così gli permette di condurre anche esperimenti sul senso della profondità. Nello stesso periodo, Ulivi, continua a lavorare anche su basi bidimensionali realizzando una serie di 23 fogli, attraverso la tecnica della retinatura a spruzzo. Queste carte presentano. perciò, delle superfici fortemente colorate, attraversate da elementi geometrici che sembrano voler fuggire il piano e tentare nuove visioni e nuove profondità, intersecandosi e staccandosi dallo sfondo.

Sempre da questa ricerca nasce un'altra serie di fogli dove punti, linee e solidi dipinti sono collocati liberamente, sempre su sfondi colorati. Tutto il lavoro di questa serie di carte sembra tradursi nelle superfici di legno smaltato di nero, con forme solide aggettanti, che realizza come compromesso tra spazio bidimensionale e tridimensionale.

Segue la serie delle Superfici impossibili (1 972-73), un gruppo di lavori realizzati su tavole in legno fresato incise da un segno apparentemente infinito. Sempre negli anni Settanta continua il suo impegno nella grafica e soprattutto nella serigrafia. Insieme agli artisti Donatella Giuntoli e Renato Ranaldi apre uno studio di grafica (fig. 5). Sono gli anni in cui l'artista attraversa la fase di negazione del colore e della pittoricità lavorando sempre più, come testimonia la serie delle Superfici nere (1975), sull'uso della prospettiva rinascimentale al negativo (fig. 6). Questo gruppo di opere è composto da una serie di quindici pannelli in legno, colorati di nero, alti fino a due metri e mezzo. Anche in questo caso, come già per le Superfici impossibili, dal nero scaturisce un segno, che questa volta però indugia sui giochi della prospettiva e dell'illusione ottica (fig. 7). Le ricerche sullo spazio della superficie e sul segno subiscono una parentesi di due anni (1976-78). In questo periodo Ulivi lavora a Liceo artistico di Lucca, per poi passare all'Istituto d'arte di Pistoia. Nel 1979 riprende a lavorare, tornando ad occuparsi delle scansioni cromatiche, nonché facendo uso di colori ripetuti ritmicamente. L'interesse per il colore lo porta ad incontrare un'opera che lo influenzerà per tutti i suoi lavori successivi e che rimarrà un punto fermo del suo operare: la Deposizione del Pontormo. Partendo dalla riproduzione fotografica del capolavoro cinquecentesco, compie una serie di esperimenti volti ad evidenziarne i caratteri crematici indipendentemente dai tratti delle figure. Questo lavoro lo conduce a dare una risposta a ciò che andava cercando. La luce del colore si può ottenere attraverso la trasparenza dei supporto: una convinzione capace di aprire un nuovo campo di sperimentazione, che inizia con l'individuazione di un nuovo segno atto ad

esprimere il colore ritrovato. Questo passaggio, nell'allontanarlo dall'informale degli esordi, lo avrebbe avvicinato alla lezione del cubismo. I quadri dei primi anni ottanta, come Relampagos hanno sfondi blu e sono attraversati da segni di rosso mediano di cadmio.

Nel 1980 ottiene una cattedra all'Accademia di Belle Arti di Carrara, dove rimane fino al 1989. Dal 1989-90 è a Bologna, per poi passare all'Accademia di Firenze. Sono anni in cui Ulivi ha una produzione prosperosa e rimangono nella mente dell'artista come fondamentali, anche grazie all'incontro e alla nuova amicizia con il poeta cubano Carlos Franqui. L'intesa tra i due è intensa; nel 1984 Ulivi organizza in suo onore una serata nel suo studio in Porta Carratica dal titolo Una sera ... una mostra per gli amici. In quell'occasione presentano insieme una cartella di tre serigrafie accompagnate dalle poesie di Franqui (fig. 8).

Sempre grazie a questo connubio Ulivi tiene, nel 1994, una mostra personale alla galleria Forum del Les Artes a Portorico.

Il colore, con la luce e le sue vibrazioni, lo conduce ad allargare ulteriormente la propria ricerca. Nasce la serie dei lavori intitolati Speculum (1991-92), dove la forma è dipinta al limite alto della tela - "un incontro tra la parete verticale e il "soffitto" - per poi raddoppiarsi come riflesso della sua immagine (fig. 9). Questa ricerca, nel tempo, si fonde con l'intento, espresso sin dalle prime opere, di proiettare le forme nello spazio tridimensionale e i tasselli del colore, quelli ormai irriconoscibili della Deposizione del Pontormo, da cui aveva attinto in passato, trovano modo, nel 1996, di uscire per la prima volta fisicamente dal quadro. Finalmente si sono liberati dello spazio e fluttuano nello spazio, sintesi di tutta la riflessione di Ulivi.

Questa rinnovata libertà lo conduce alla serie di opere intitolate Perspecula, dove - addirittura - il colore uscito da una superficie trasparente passa nel riflesso di uno specchio retrostante, per determinare un gioco di nuovi spazi e nuovi ribaltamenti. Come dice Marco Bazzini "Un secondo piano pittorico che non è dato altro che dalla riflessione ottica del retro del colore, dalla sua sospensione di fronte ad un ulteriore nostro punto di vista: lo specchio ... una protesi che consente di cogliere con la stessa forza ed evidenza lo stimolo visivo dove l'occhio non può pervenire".

Ancora l'uso delle gabbie, non più contenitori di elementi in contrasto, ma strumenti per permettere al colore di muoversi nello spazio e di creare sempre diverse combinazioni, come nella recente installazione ... Della verità ... della finzione (fig. I 0), progettata per la mostra Proiezioni d'arte alla Fortezza Santa Barbara di Pistoia (1997). Qui, orinai, i tasselli crollatici sono dilagati e vibrano nello spazio, sorretti da un gioco di griglie sovrapposte che conduce l'occhio a ricercare visioni sempre diverse.



Lo spar(t)iro ritrovato

Note di colore corrono sulle pareti della galleria Vannucci. 1 gialli i rossi, i blu finalmente liberi dalle costrizioni della superficie su cui erano stati fino ad ora relegati, escono nello spazio offrendo di sé nuove visioni. Colori come presenze ritmiche che si aggirano nelle stanze, componendosi e scomponendosi in un gioco apparentemente infinito Creatore di accordi, Ulivi, dirige i tasselli di colore dando loro una corposità armonica, per fonderli in un tutt'uno con lo sfondo. La libertà ritmica che sprigiona il colore, grazie ad una salda padronanza della tecnica, porta ad un rinnovamento linguistico che mette in luce il

superamento della pittura.

I segni colorati escono fisicamente dalle superfici ma con esse, ideale anello di congiunzione con le sue passate ricerche pittoriche, si completano. Non a caso Ulivi è molto attento alla scelta dello sfondo per le frecce di colore. I tasselli possono essere letti attraverso la visione di griglie metalliche, o attraverso il gioco illusorio del riflesso dello specchio, oppure semplicemente in rilievo, impreziositi su carte lavorate a mano. La loro natura vibrante sembra quasi produrre sonorità ed è naturale che nella nuova serie della mostra viene adottata la carta musicale come sfondo.

Istintivo ed immediato viene l'accostamento al jazz. Non un jazz duro, però; niente sciabolate di note. Piuttosto la ricerca di equilibrio di un mainstream. Sembra quasi di ascoltare uno di quei celebri gruppi di 0. Peterson, dove i timbri dei diversi strumenti "forti"- il piano, la batteria, il contrabbasso - si fondono con esiti delicati. In mostra dunque un repertorio completo delle ultime ricerche di Ulivi.

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