Giuseppe Billi
Attraversamenti
Attraversamenti
Gli “attraversamenti” di Giorgio Ulivi non sono, come si intende per altri artisti, il pretesto per una silloge di percorsi aperti, nelle forme e nelle materie dell’arte. Sono la caratteristica peculiare, il senso dei sogni dello stesso Ulivi. Primo: perché indicano una mobilità che è la natura dell’arte di Ulivi, una traversata continua, non solo nelle scelte formali, ma a tutto campo, nel tempo e nello spazio, l’arte oltre l’arte, nel suo destino di signifi- cato ultimo, in un assoluto di visioni e di durata. L’arte che “è “. Basta. Come un’ipotesi; prima di coniugarsi con la natura e la storia. Secondo: l’attraversamento è la contaminazione – in senso fecondo – in ciò che “pende. Sospende” e cade, di questo volo continuo, come si esprime in una sintonica ed eccezionale scrittura il poeta cubano, Carlos Franqui, di frammenti di un mistero che scoppia non per frantumarsi, ma per diventare la semina di “un nuovo mondo”. “Attraversamenti” come eventi, quindi di una operazione ininterrotta, zampillante e infinita.
Poi, certo, c’è da fare i conti con un itinerario artistico che ha avuto una sua evoluzione, o meglio un passaggio di stati espressivi. Nell’esperienza di Ulivi c’è, nel fondo, una lucida coscienza ritmica , in perpetuo travalicamento di limiti che sembrano naturalmente imposti : sia per quanto riguarda l’estensione e la direzione, sia per quanto riguarda i piani, le superfici, gli ambiti strutturali. Straordinari quegli squarci di piani specchianti che si tranciano in solchi sibilanti di infinito o quelle sculture che si liberano in bassorilievi fluenti o a tutto tondo , beatamente fuori da regole o canoni linguistici. Anche le “gabbie” non sono raccoglitori, ma mettono a tema questa libertà di fuga felice, sono un concentrato acute di figure autonome. Ci sono stati, nel cammino dell’arte di Giorgio Ulivi, momenti di sonora dialettica tra gli elementi materici: metalli, legni, plastiche – pur sempre esemplificati in regolini o strisce o reti o scale – e il colore, non solo quello applicato, ma il colore in caduta libera , alla ricerca di una pura incarnazione materica. Pelle dell’anima, comunque.
Ed è lecito pensare anche a derivazioni, a tributi o, semplicemente, a consapevolezza, a affinità con temporanea con artisti che sapevano articolare segni e gesti per una civile e piena ri-crescita antropologica. Pensiamo agli anni ’60, ’70 e dopo, quando l’arte ha sentito la chiamata ad un coinvolgimento totale per la vita e il destino degli uomini. Sul piano dei contatti ideali e formali, c’è chi ricorda un ribaltamento delle ricerche di Ulivi rispetto alla logica tenuta del Neo-plasticismo (Bruno Corà) e in favore di un nuovo espressionismo, sia nella versione liberamente chimerica di Mirò, sia negli schizzi degli artisti del “Cobra” con cui Ulivi aveva rapporti. Io ritengo, in più, che nella lezione americana, che invadeva spazi e mercati per una nuova offerta di iconismo popolare ( la “pop-art”,appunto), Giorgio Ulivi sapeva trarre, con profetico intuito, l’idea di un vitalismo positivo, alla Alexander Calder, per esempio, e, in seguito, una sintesi lirica di geometria colorata alla Peter Halley (metà anni ’80). Credo però che Ulivi, al di là di riferimenti più o meno espliciti, su due principi equilibratori d’arte si sia mantenuto fedele e originale: il senso della scrittura, l’ ”art – lingage, e il segno ( colore. materia e gestualità). Nella sua esigente incarnazione. Il “ farsi carne “ di tutto ciò che è sostanza d’arte. Ecco le sue mosse assolutamente imprevedibili e tutte ( tutte ) le sue uscite, di varia forma o di più diversificato segnale, fosse pure al centro visivo delle sue composizioni.
Un’attenzione particolare merita il gruppo di opere per questa mostra alla omonima galleria “ Ulivi “ di Prato. La perfetta coerenza delle opere ha la sua anima in una base fisico – artistica di antiche carte d’archivio.
La genesi dell’arte di Ulivi che ritorna: in principio fu la scrittura; anche se in grovigli di segni. E’ del segno archetipale che rampolla quel ritmo riconoscibile in tutte le opere di Ulivi, dai tocchi più elementari, eppur primari come importanza compositiva, alle successive e più elaborate arabescature di immagini. Talvolta in plaghe monocrome il ritmo si “sospende”, ma è un momento di pace, prima di riavvitarsi in un moto senza più tempo. “ Spartite le grandi e piccole forme, la formazione e la disintegrazione, ci fu una pace assoluta nel silenzio di polvere dello spazio morto” : “…hubo una paz absoluta en el silencio …” ( dal volumetto con le opere di Giorgio Ulivi e le poesie di Carlos Franqui, pag 103. Ed è bello cantilenare in spagnolo queste parole…) Bellissime davvero le parole “ritmiche “ delle poesie di Carlos Franqui che contrappuntano le opere di Giorgio Ulivi. Si può dire che, in questi ultimi lavori, Ulivi si sia affidato ad una narrazione di splendore partecipativo: i drappi damascati, le fioriture di parole antiche, quelle pulite pelli metalliche, i corpi espansi di frammenti colorati, tutto è uno spettacolo insieme rapinoso e elevante. Elevante perché Giorgio Ulivi ha quella rara capacità interiore che sa cogliere e, là dove il concorso spirituale si fa più naturale, sa inscrivere in unum con la grazia data, il suo lume interiore: “ Occhi della notte // guardano // il tuo mistero”( pag. 40 ).
Giuseppe Billi
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