Giandomenico Semeraro
La Via della Seta
Come può essere un quadro sproporzionato, “cadere” da una parte…o uno ce l’ha questo senso dell’equilibrio, oppure…Equilibrio delle forme che si pongono nello spazio, accidenti, almeno questo…equilibrio che può avere delle trazioni terribili da una parte o dall’altra, però sempre equilibrio, capisci? Anche se quasi dà un senso di vertigine…questo “equilibrio squilibrato”. Alberto Burri
Qualche tempo fa mi è capitato di imbattermi in due testi, peraltro assai diversi fra loro, che trovo assai utili ad introdurre le opere recenti di Giorgio Ulivi, opere che seguono un percorso avviato già molti anni or sono, ma che si accendono per via di un’improvvisa accelerazione e centrano appieno l’equilibrio squilibrato di cui parla l’appena citato Burri. Con il suo consueto acume e profondità di analisi, Giuseppe Billi nel 2004 (nell’occasione della mostra ‘Attraversamenti’ tenutasi a Prato presso la Galleria Ulivi) annotava una vicinanza con Alexander Calder, per via di un comune vitalismo positivo, tale comunque da travalicare eventuali vicinanze formali che peraltro ben poco potranno interessare l’attento lettore. Certo però che questa ‘forma fluens’ è in condizione di dare corpo e sostanza alle dimensioni più imprevedibili della pasta di cui è fatto l’universo: la materia e la luce. Risvelarne il senso non è cosa da poco: implica e comporta il nostro stesso stare al mondo con coscienza, significa virare in positivo il caos o il caso che in altre stagioni e certo tutt’oggi hanno invece assunto segni negativi, di azzeramento nichilistico. Sono questi i motivi che mi hanno spinto a titolare queste righe “La via della seta”: per quanto nelle opere di Ulivi brillano le luci, e si avvertono profumi, ed anche perché è l’artista stesso ad ammettere che sì, guarda ad Oriente. Il caso, l’istante, la gestione dell’istante che diviene colore e forma acquisiscono ulteriore vitalità, proprio perché si trovano nella felice condizione di saldare assieme l’origine e la fine (od il fine) del tutto, ed il cui senso (se ve n’è uno) non è mistico bensì poetico. La bellezza, altrimenti imprendibile ed indefinibile. Per via di questa impossibilità –ed anche per stemperare un po’ l’aria- prenderemo conforto dalle parole di un grande attore comico, Ettore Petrolini nel suo Fortunello: “Ma tutto quel che sono, non ve lo posso dire, a dirlo non son buono, mi proverò a cantar”. Valgano i quadri, appunto. Perché l’arte è il momento massimo, il più profondo, che l’essere umano ha saputo dare per se stesso, occhi ed orecchi per sentire l’Altro che è in ognuno di noi, e che garantisce la nostra identità. L’arte è la vera chance, per quanto periferica sia la sua posizione, di questo sono certo. Un grande antropologo come Claude Lévi-Strauss l’ha scritto a chiare lettere: se dovessimo cancellare dieci secoli di storia dell’umanità non perderemmo gran che della conoscenza che abbiamo del genere umano; ma la perdita irrecuperabile sarebbe quella delle opere d’arte, perché esse testimoniano le passioni, gli odi, gli amori che quegli essere umani hanno provato nel tempo della storia. Arte quale documento di civiltà, e scrittura della storia. La scrittura, appunto. Ed allora riprendiamo dalla prima riga di questo mio modesto contributo. Varrà per noi –visivamente, intendo- la scrittura quale punto di riferimento, ancora meglio quale humus fertile su cui (e grazie a cui) matura la pagina pittorica di Giorgio Ulivi. Le sue ultime opere si costruiscono e anzi si definiscono con un piano pittorico che non esito a definire vera piantagione letteraria, estrapolata, ripetuta, ingigantita da vecchi codici. Ciò rende il fondo senza dubbio ‘caldo’, ‘forte’. Sbaglieremmo però se si pensasse che è per via di questa che si sviluppa un racconto pittorico, che è sulla parola scritta, ovvero nella cultura, che è da ricercarsi una possibile chiave di volta la quale poi a sua volta si sublima…E’ vero, sì, che Giorgio Ulivi ha realizzato opere a quattro mani con un grande poeta come il cubano Carlos Franqui, in cui per ognuno dei due artisti l’immagine poetica assume massimo valore…E’ altrove che bisogna guardare, o meglio bisogna dare altra direzione a ciò che si vede, e logicamente a ciò che si sente. In altre parole intendo riferirmi non a un territorio su cui si costruisce, ma al contrario ad un territorio in cui si scava. Che è un’altra costruzione, sensoriale stavolta, e spiritosa, ovvero fatta di spirito e leggera, fatta di humour. Per dirla tutta con Italo Calvino, giacché ho tirato in ballo le sue Lezioni Americane, la prima delle quali era infatti dedicata alla Leggerezza, non si tratta affatto di una fuga facile nei territori del sogno, quanto di una necessità di rapportarsi con le cose e con il mondo da un’altra angolatura, per non essere schiacciati dalla pesantezza superficiale della realtà. ‘Leggerezza pensosa’, questo il termine usato da Calvino, avverso ad una ‘superficialità pesante’. Insomma dalla scrittura non si dovrà ricavare un significato, ma al contrario dalla scrittura ci troviamo felicemente nella condizione di arretrare, in certo senso, e di trovare un senso, garantito non da una via deduttiva quanto piuttosto da una riscoperta capacità di vedere e di ascoltare, dentro ed intorno a noi. Il che è davvero tanto. Ma leggiamo un po’ le righe di cui sto rinviando l’incontro. Un primo suggerimento di quanto vado scrivendo me l’ha fornito un grande scrittore nonché uomo di cultura, André Malraux. Nell’introduzione ad un volume sulla civiltà sumerica sono rimasto colpito da poche sue parole: “… Nel tempo in cui, nella ceramica, una lucida geometria sembra essere il simbolo della vittoria dello spirito sul caos …”. Tutto qui: un segno fa da spartiacque, traccia, indica un profilo, un orizzonte, garantisce l’orientamento. Logico, no? Eppure l’universo e con esso il mondo non hanno smesso di essere tremebondi, oggi più che mai, viene da dire, in mancanza di parametri forti che molti van cercando ribadendo fondamenta varie, posizioni con cui non concordo. Ma un altro brano ha reso finalmente chiara la direzione cui lo sguardo deve tendere di fronte alle opere di Ulivi, spianando territori, finanche sensibilità, tracce, segnali, percorsi sotterranei che uniscono mondi che solo geograficamente sono lontani, e che invece sono sempre sotto gli occhi di tutti, a patto di voler vedere, o meglio di averne la necessità. Sono alcune righe di un grande e fine lettore critico come Giorgio Manganelli, viaggiatore difficile, dedicate peraltro alla mia città, Firenze, e ad altri luoghi italiani da lui visitati. Il libretto s’intitola La favola pitagorica, e vi si legge: “… Avevo di fronte l’ossessivo mito di ciò che sarebbe stato Europa; ma avevo in mente gli spazi planetari, il fango organico dell’Africa; la sua splendida paura, l’indecifrabile bellezza degli animali, la riluttanza alla forma, l’ignoranza di qualsivoglia armonia …”, quindi, riportandosi in Italia, precisamente nelle Marche, chiosa: “… Ho in mente una grande fotografia della strada del passo del Furlo, un luogo intensamente silenzioso, favoloso, ignaro delle dure consolazioni della geometria …”. Tutto qui?, si dirà. Ebbene sì, a parer mio sta in questa dimensione animata, colorata, speziata, la portata alta ed il grande valore della pittura di Giorgio Ulivi. In essa si trova l’ineffabile tensione della pausa, del vuoto/pieno delle parole in cui il colore –meglio, il tassello monocromo prima stampato e poi liberamente recuperato quando non strappato…spiritosamente, spiritualmente quasi fosse foglia d’oro- stabilisce finalmente le proprie regole. La parola/significante fa un passo indietro e ritorna nel magma creativo in cui tutto è possibile. Fondamentale nella pagina resta così il colore quale traccia di luce a segnare le emersioni, i punti valore sui quali si condensa la totalità dell’esperienza sensibile, e non solo. Intendo dire i sogni, e gli incubi, anche, delle società contemporanee. Trovo assai importante un tale arretramento della pretesa di chiarificare (nominandolo) il tutto, da cui emerge invece altra fortissima vitalità accordata ai sensi, principalmente agli occhi e all’udito. Si tratta (quasi) di un’inversione di rotta rispetto alla volontà modernista di razionalizzare l’irrazionale che è invece parte costituente dell’essere umano, volontà che trova nel predominio della tecnica il segno più eloquente della propria sconfitta, come i terribili fatti cui ogni giorno ci dobbiamo rapportare stanno a testimoniare. Di tutto questo, il filosofo Emanuele Severino è primo studioso. Per parte sua Giorgio Ulivi interviene con un contributo di grande importanza, le sue opere ‘aprono’ su territori universali nei quali ognuno può trovare il valore, la dignità, l’onore della propria esistenza, per via del recupero di una ritrovata palpitante –quindi viva- sensibilità. Che da quanto s’è detto non è assolutamente, o solo, estetica. I brani così intensamente rossi, così intensamente blu, o neri, si stendono sull’humus caldo della parola scritta, distesa e ripetuta modularmente sul piano inteso quale terreno creativo. Ed è proprio su di esso che Ulivi trova, modella, sposta, suona (vien da dirlo) altre sonorità, che rendono non solo più vicino l’universo, ma soprattutto e finalmente partecipe il mondo in cui viviamo, ed i cittadini –i cittadini!- che lo abitano. Di questo vi è grandissima necessità, con lo sforzo di ognuno che sia cosciente dell’Altro. Un mondo che sia finalmente di tutti, grazie anche ad artisti come Giorgio Ulivi, lungo la ‘Via della Seta’.
Giandomenico Semeraro
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