Romana Loda
Giorgio Ulivi - Le scritture dell'anima e le profondità delle superfici
1- IL GIOCO, IL LAVORO, L'ARTE II problema è far emergere alla luce del giorno quanto hai visto nella tua notte. E chiamarlo sogno non cambia nulla. Ludwig Wittgenstein Questo testo non intende essere un sondaggio sistematico dei rapporti fra gli elementi biografici ed evolutivi della attività artistica di Giorgio Ulivi. Di questo si sono occupati, con notevole precisione e proprietà, alcuni dei molti studi che gli sono stati dedicati nel corso della sua camera e che rappresentano l'esauriente ventaglio di una bibliografia di riferimento. Piuttosto vuole essere il tentativo di scandagliare e dare evidenza alle sollecitazioni scaturite dall'assiduità con le sue opere e, anche, dalle lunghe conversazioni, apparentemente meno impegnate, ma per loro natura più rivelatorie, in molti amichevoli incontri, prolungati magari nelle ore notturne durante le fasi di preparazione e allestimento di sue mostre. Pensieri e sogni liberati nelle parole lievi, divaganti; chiacchiere, talvolta, senza altri obiettivi oltre il piacere semplice della conoscenza reciproca, ma che a tratti sono riuscite a far emergere quelle profondità del sentire che si manifestano solo quando le naturali censure comunicative vengono abbattute dal buio esterno e dalla complicità che ne consegue. Inoltre, proprio per i limiti che si è posto, non vuole nemmeno porsi come una tesi esaustiva e pedante, dato che non sono certo i cosiddetti scritti di analisi estetica a poter dire quello che si nasconde nei recessi più profondi della coscienza di una persona che produce arte da oltre quarantenni, ma che sapeva di essere artista da molto più tempo. Da quando cioè le vicende della vita lo hanno obbligato, ancora ragazzo, ad impegnarsi in lavori più o meno gravosi, comunque continui, capaci di consumarne le aspirazioni e i desideri. Perché il lavoro, qualsiasi lavoro, ruba le ore e i giorni alle voglie, nella feroce monotonia della sua richiesta d'applicazione, che riesce a trasformare persino le pause in un prolungamento dell'impegno. E non è solo un problema di orari e fatica, ma anche di un oblio attivo che tutto erode e divora nella sua asfissiante ripetizione. Questa è la regola, naturalmente, ma nel suo caso, forse con la felice eccezione di un impegno del tutto fuori dagli schemi, che lo investì come una specie di scherzo delle casualità: collaborare con il padre che si era messo in testa di creare e realizzare in proprio dei giocattoli per bambini. Ulivi, nel riserbo garbato che ne contraddistingue un tratto saliente del carattere, non ha fornito molti particolari di questa avventura, preferendo lasciarla sepolta nella memoria personale. Non occorre però una particolare propensione indagatoria per considerare che, più di un semplice mestiere, possa essere stato una specie di epifania emozionale per certi aspetti simile a quella del piccolo contadino che getta una manciata di semi nella terra smossa e poi assiste con stupore allo sbucare dei primi fili d'erba attraverso la coltre spessa della neve. Nel suo caso non si è sicuramente trattato solo del contributo a produrre oggetti ludici, ma anche l'avventura di partecipare alla nascita di semplici stimolatori della mente creativa. Forse non era ancora del tutto cosciente di sé, il ragazzo Ulivi, e magari non aveva ancora presentito un suo futuro particolare, ma questa esperienza non può essergli scivolata dalla mente e fra le mani come altre precedenti e successive di quel periodo, durante lo scorrere dei giorni con le lente cadenze di una adolescenza in parte bruciata negli impegni imposti dalle tradizioni o necessità della famiglia. Comunque sia, questo seme era stato gettato assieme ai confusi desideri e alle inevitabili insofferenze dell'età, fino a esplodere nella decisione a lungo compressa di dare un senso non occasionale ai molti fogli che andava riempiendo di copie, tentativi di figure e scarabocchi, per capirne le direzioni possibili, prima che potessero naufragare nei flutti delle precoci oscillazioni del crescere. Così ha scelto la Scuola d'Arte proseguendo poi con l'Accademia, in un percorso assai tradizionale, ma vivificante per lui che aveva già dovuto sviluppare autonomamente le capacità organizzative ed esecutive del fare. Infatti non tutto è andato perduto di quegli anni di studio vorace, riparatore. Certamente non le lezioni e le frequentazioni assidue con Primo Conti che, alle soglie della vecchiaia, ha saputo trasferirgli il significato profondo della la sua avventura di artista poliedrico, militante nel gruppo storico del Futurismo. Una esperienza profonda e di prima mano per un giovane che delle avanguardie storiche poteva avere solo delle nozioni indotte, libresche. E nemmeno è andato perso il necessario scandaglio dei numerosi movimenti artistici precedenti e successivi, che ad un certo punto è inciampato nel folgorante impatto con il Gruppo Cobra (nome decisamente efficace, composto con le iniziali delle città di provenienza dei protagonisti: Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam), che proprio in quegli anni stava raccogliendo in tutta Europa gli esiti di un vasto successo, iniziato nei primissimi anni cinquanta, nel declinare una particolare diramazione della ormai vasta corrente dell'Informale. Artisti come Appel, Jorn, Alechinsky, Corneille, assieme a un poeta come Dotremont, tanto per citarne solo alcuni, che hanno messo in campo la forza dirompente e barbarica delle fantasticherie nordiche, con l'uso di una figurazione dura, grondante colori densi di rigurgiti inconsci, impastati nelle materie più varie, per indicare una possibilità di un'arte altra proveniente dai porti e dalle nebbie umide di luoghi per molti aspetti considerati misteriosi, intriganti, se non addirittura poco ospitali. Ulivi, che ebbe contatti diretti con i più importanti membri del gruppo, diede una sterzata violenta alla sua pittura allo stato nascente, fatto a dir poco sorprendente per un giovane toscano che fino ad allora aveva inseguito soprattutto la grande arte rinascimentale. E ancora di più per un giocattolaio immerso nelle fantasie vaporose della luce mediterranea. Ad ogni modo e aldilà di superflue spiegazioni, questo è stato: un rivoltarsi alle imposizioni rituali accademiche, per assecondare le asperità di un carattere in formazione; comunque un cercare di disfarsi delle contraddizioni accumulate nel far emergere l'insopprimibile desiderio di trovare una autonomia possibile. Ne sono derivate tele e carte come fossero confessioni psicanalitiche, con il formarsi di figure pesantemente antropomorfe strappate al profondo, che avevano trovato finalmente il modo di occupare lo spazio. Animali sconosciuti, forse mostri dispersi in pagine occupate da una scrittura, primordiale, indecifrabile, come tracciata dalla mano sinistra lasciata senza controllo; segni e parole di un balbettare ignoto persino allo stesso autore, a volte, che se ne liberava in un esercizio automatico, non più reprimibile. Urla straziate e lunghi intervalli di corrucciati silenzi, in una sorta di diario intimo, emozionale, da non leggere, ma quasi da scoperchiare, nel momento stesso dell'impeto eruttivo e dell'urgenza liberatoria. Opere da cogliere soprattutto per l'energia sprigionata nel riconoscere le sedimentazioni del profondo, prima ancora di apprezzarle anche per i non trascurabili esiti di un esercizio di destrezza pittorica rapidamente acquisita. E' stato questo un periodo di tuffi ad occhi aperti, durato poco oltre il tempo della formazione, che ha lasciato una profonda impronta di eccitante attivismo, con viaggi, incontri, amicizie. E mostre, anche, che lo hanno portato alla decisione irrevocabile di abbracciare l'arte nel suo coacervo di problemi da risolvere, nello stordimento continuo delle facoltà sensoriali. Giorno dopo giorno e soprattutto nelle febbricitanti visioni notturne, popolate di fantasmi suadenti, sempre pronti a trasformarsi in ossessioni inquietanti. E chiamarli sogni o altro non cambia proprio nulla. 2- AVANTI, INDIETRO, DI LATO Passi continui in ogni direzione. Ostinatamente. Samuel Beckett Esaurita l'escursione negli anni tormentati di tutti gli apprendimenti e data la giusta rilevanza al tempo della ribellione necessaria, diventa superfluo dal punto di vista strettamente evolutivo seguire con pedanteria le fasi successive che hanno lasciato tracce profonde. D'altra parte la ricerca di una propria strada non è mai un percorso lineare. Solo i cosiddetti critici, ogni volta che analizzano un artista, si ritengono autorizzati a mettere in caselle ordinate i fatti come se stessero vivisezionando un'opera, un corpo. Il fatto è che una crescita non può che essere un miscuglio di realtà e utopia, di sangue e sudore da districare ripercorrendo i sentieri più scoscesi e contorti, con le cadute e le riprese che ne conseguono immancabilmente. Arrivò poi per Ulivi e per tanti altri suoi coetanei, la ventata della Pop che ha investito il mondo dalla metà degli anni sessanta, lasciando tracce profonde. E' stato il periodo della semplificazione delle forme rivestite da colori squillanti, quasi privi di spessori e sfumature. E' stata, anche, l'affermazione dell'artificiale realistico, con il riconoscimento della serialità e del mercato. In altre parole della supremazia dell'involucro della cosa più della cosa stessa e il conseguente affinamento della pratica della, persuasione occulta, necessaria per canalizzare in azioni gli stimoli dei nuovi bisogni opportunamente provocati. Così anche il giovane Ulivi, reduce fresco di Accademia, attento e poroso pur senza essere profondamente partecipe, ha realizzato pitture e sculture di oggetti abbaglianti di luce, che però non sono mai riusciti a scacciare del tutto i reticoli, le gabbie e altri effetti di interposizione che, perdendo gradualmente la profondità, sono diventati superfici vibratili e, soprattutto, indicatori di uno sbocco possibile lungo una strada che si stava facendo più larga, anche se non ancora completamente diritta e pianeggiante. Domate finalmente le onde dell'inquietudine, ha sentito il bisogno di rinunciare ad elementi fino ad allora considerati accessori, come la capacità di analizzare con lucida voracità i risultati delle molte ricerche di quegli anni, riscattandoli però attraverso la non comune perizia pittorica che l'ha contraddistinto da sempre. Ha faticosamente, ma con determinazione, rovesciato gli occhi verso l'interno per prendere coscienza delle istanze sempre più impellenti di dare forme e colori a quel magma che si era venuto stratificando nel groviglio delle molte esperienze accumulate, fino a riuscire a realizzare opere sempre più autonome nella loro inattualità e toccate dalla grazia. Ha iniziato a navigare con rinnovata convinzione i fiumi di casa delle continue riflessioni sul fare arte e ha trovato risposte vere ed esaurienti nella capacità di essere soprattutto se stesso. Non che prima non l'avesse fatto, preso dall'impeto di dare sostanza alle ragioni dello scontento, ma ha appreso l'esercizio di una sorta di sguardo carezzevole sulle cose che andava facendo, mediante l'impiego di tempi insolitamente dilatati, fino alla loro appropriazione totalizzante. Naturalmente non poteva essersi ancora completamente placata la coazione voler dire tutto subito, a tutti i costi e ciò lo ha portato, tra l'altro, a sperimentazioni allargate, realizzando opere che si venivano depurando da ogni influsso, attraverso forme essenziali, scarnificate di ogni memoria. Forse anche questo periodo non è stato esente da tensioni e ripensamenti, ma certo non di inoperosità, come risulta da un censimento rapido del numero delle opere prodotte e delle mostre personali e collettive realizzate. Caso mai è stato uno di quei lunghi momenti che ogni artista vero deve affrontare prima o poi, nella determinazione di trovare finalmente la via lungo la quale armonizzare ciò che l'anima gli chiede con quello che la mano gli permette. Certo è che non si è mai adagiato nella situazione facile del classico bohémien (arcaico eufemismo che sta per indolente perdigiorno), che approfitta di un ipotetico rallentamento creativo per sopravvivere alle spalle di un disagio vero o verboso che sia. Ci sono artisti che di questa fase sopravvivono per tutta la vita, ma non Ulivi, che è sempre stato affetto da una sindrome assai rara, quella di essere inattaccabile dalla fatica e riuscire a placare qualsiasi disagio da sospensione d'ansia attraverso il fare e il fare ancora, fino a intravedere un possibile passaggio. Di questo periodo, infatti, restano innumerevoli tracce di realizzazioni, come le retinature a spruzzo, le super/lei nere, le superfici impossibili. Senza dimenticare il continuo approfondimento del lavoro sui colori con l'uso molto efficace di effetti specchianti, e passando perfino attraverso il sondaggio fotografico di capolavori dei maestri antichi. E, ancora, l'impegno nello studio delle tecniche della grafica, che lo ha portato ad aprire una stamperia professionale in collaborazione con altri artisti. Nel frattempo, quasi a non voler lasciare vuoti, ha attivamente e seriamente operato come insegnante in varie scuole e Istituti d'Arte, arrivando alla nomina alla cattedra dell'Accademia, che lo porterà prima a Carrara, poi a Bologna e a Firenze. Tutto questo potrebbe sembrare troppo per una sola vita, e forse lo è stato davvero, ma ci sono persone che solo nel moltiplicarsi delle fatiche riescono ad esprimersi compiutamente, per la loro capacità di dilatare le sacche dell'esperienza che sembrano senza limiti. Si tratta della necessità di volere eliminare ad ogni costo il vuoto attorno a se stesso, come chiedere all'aria di richiudere subito lo spazio che si forma dietro il corpo, quando è in movimento. E' un'esigenza più che una malattia vera e propria, ma a tratti le assomiglia. Dato l'assunto di partenza di volere evitare che questo scritto diventi elenco puntiglioso, vengono tralasciati altri avvenimenti legati non a mera contingenza di quegli anni convulsi, tuttavia non si può sorvolare su quello che può essere definito il magico evento che certamente più di altri ha inciso negli sua futura carriera e che lo ha proiettato (ma forse sarebbe più appropriato dire catapultato) in una dimensione capace di allungare la sua ombra fino alla più stretta attualità: l'incontro con Carlos Franqui, il poeta cubano già compagno di Fidel Castro, di Ernesto "Che" Guevara e amico di importanti artisti come Mirò, Calder, Tàpies, per citarne solo alcuni, che in Ulivi ha trovato nuova linfa vitale per i suoi versi. Un sodalizio importante, duraturo, trasformatesi presto in profonda amicizia nel dare vita a pubblicazioni e mostre in comune, ma che ha anche rappresentato una specie di navigazione a vista, in grado di arricchire l'esperienza di entrambi i protagonisti. Per un artista il fatto di lavorare con compagni di strada può essere stimolante o frustrante, a seconda dei casi, ma lavorare con dei poeti è senz'altro esaltante, in quanto gli consente di aprire altre porte della consapevolezza e della percezione, in quella vibrazione continua delle corde segrete, che è caratteristica specifica della poesia. I poeti, a differenza dei teorici, non entrano nelle opere con l'intento di smontarle e frantumarle in nome dell'interpretazione, ma le assumono per svelarne il senso più profondo, entrando in sintonia con l'artista e amplificandone il mistero creativo attraverso la parola distillata e penetrante di stimolazioni inattese, sorprendenti. Solo il poeta riesce ad essere immerso nei rumori della vita e contemporaneamente cantarne il silenzio, e con i suoi versi penetra l'arte, accendendo quel cono di luce per svelarne aspetti che altrimenti resterebbero inespressi. Questo ha saputo fare Carlos Franqui, che di un'opera di Ulivi ha scritto: Un punto giallo attraversò il nero e lo divise in due bianchi che allo svanire della linea gialla furono di nuovo nero. E allora mentre il bolide sussultava si udì il suo suono. Non si vide. Poi l'oscurità e la calma furono totali. Oppure, di un altra: Non sapeva se l'azzurro era due mari, il deh due azzurri. Il bianco aria, il nero notte, bosco o terra l'oscuro. Girò e rigirò. Niente di concreto. Allora comprese. E di un altra ancora: Una linea verticale, estende pende sospende perde il suo potere ere RE. Il fatto fondamentale è che il poeta non scrive d'arte, ma sogna l'arte e in questo modo ne percorre i tragitti che a volte sono insondabili all'artista stesso. Così è stato certamente anche per Ulivi, che nelle parole di Franqui ha ritrovato le cifre nuove e inedite di ciò che magari stava già facendo, ma che da allora hanno assunto una più duratura consapevolezza di sé, dandogli anche il senso più profondo di quella ostinazione nel muoversi in molte direzioni per dare forma ai colori purificati. E dandogli anche il significato compiuto del loro agglomerarsi, coagularsi su una superficie, fino alla costruzione della mappa di un nuovo universo ancora possibile. Questo gli è successo, ad un punto cruciale della sua ricerca e certamente non è stato per caso, perché nulla succede, in arte come nella vita, se non si è disposti a rivoltare la zolla dura delle proprie resistenze e seminarla di quella incrollabile voluttà di far crescere, di esprimersi. Semplicemente di essere. Avanti, indietro, di lato, in traslazioni continue, a volte in direzione ignota, con ostinazione fino all'alba, dopo avere percorso tutti i sentieri della notte. Passi che riescono di tanto in tanto a tramutarsi in piccoli salti, dapprima timorosi, che poi diventano voli sempre più sicuri, capaci di catturare dei lembi di vita attraverso le forme delle nuvole e nelle trasparenze dell'aria pura. Voli ampi e distesi, fino a possedere finalmente la compiutezza delle cose. 3- L'INSOPPRIMIBILE CENTRALITÀ' DEL FRAMMENTO L'arte non trasforma, da forma. Roy Lichtenstein Un giorno si presentò nello studio di Manet un giovane pittore con due quadri sotto il braccio. "Sono un dilettante, vorrei un suo parere". E il Maestro, insolitamente affabile, rispose: "Amico mio, non ci sono dilettanti in pittura. O si è pittori o non lo si è". Infatti l'essenza della pittura non è solo frequentare le Accademie o stare seduti dietro un cavalietto: è la capacità di interpretare l'incessante brusio della vita e del mondo. Si imparano certamente le tecniche e molti altri elementi collaterali; Ulivi, ad esempio, ha fatto lunghi e snervanti studi d'arte, che non gli hanno impedito di essere sempre e comunque l'inesauribile scrittore di pagine di un libro continuo ed evocativo nel quale raccogliere la vicenda dell'artista che vive l'intenso desiderio dell'arte prima ancora di riuscire a realizzarla. La dimensione ulteriore che gli ha trasmesso la poesia è che, nel frattempo, l'arte sogna se stessa. E che le due dimensioni, quando si incontrano e si fondono, riescono a farla diventare il campo di concentrazione di tutte le stratificazioni del linguaggio che faticosamente stanno emergendo. Solo in questo territorio vago e accidentato avviene il miracolo, perché la tela non è più un muro da aggredire e abbattere, ma un supporto liscio da percorrere; così la carta non è più una lastra da graffiare e incidere, ma la superficie liscia delle parole che danzano avviluppate nei colori che possono dilatarsi fino a diventare musica. E' in questa zona e solo in questa, che il pittore si trasforma nello sciamano capace di camminare e sognare contemporaneamente. E, anche, di comunicare con tutti attraverso i suoi sogni, come già facevano gli dei antichi, che proprio con questo mezzo illuminavano gli umani delle loro sentenze e premonizioni. Ulivi, dopo avere esaurito l'ampio spettro della riflessione sulla pittura e superato l'assillo di voler dire tutto e subito, ha iniziato una progressiva depurazione della tela, arrivando alle forme sempre più rarefatte del colore-luce. E lo ha fatto senza perdere nulla delle molte ricerche precedenti, ma piuttosto assecondando la sua conquista di uno spazio e di un tempo capaci di stimolarsi reciprocamente nel gioco delle integrazioni senza conflitti. E' stato ancora Carlos Franqui ad assumersi il compito di dare voce con la leggerezza penetrante della poesia, al momento di questo felice approdo:
Ulivi pittore del giorno. Reinventa l'allegria di guardare, vedere, pensare. Colore puro, equilibrio del quadro, nuova armonia. Pittorica libertà, che danza, vibra, vive. Dipinta libertà. E' riuscito a usare le parole per districare i grovigli dell'opera e a farli lievitare, evitando l'insopprimibile pretesa di addomesticarla e spiegarla. Due mondi, quelli della critica e della poesia, in totale contrapposizione: da una parte chi vuole ridurre l'arte agli schemi semplificati dei suoi contenuti, cristallizzandola di fatto nel recinto angusto di uno dei tanti movimenti storicizzati; dall'altra chi ha la capacità di navigarla come fosse un mare aperto, in modo da accompagnarla mentre si avvia ad andare libera per il mondo all'appuntamento con chiunque voglia goderne le potenzialità emozionali. Meglio di tanti altri su questo dualismo, l'ha sintetizzato l'americano Barnett Newman: "La critica è per gli artisti ciò che l'ornitologia è per gli uccelli". Lo ha fatto in evidente forma sarcastica, ma, d'altra parte, non si capisce cosa se ne possono fare gli artisti (e gli uccelli, anche) del puntiglio classificatorio di una disciplina che li riguarda e che è cresciuta su di loro, magari a loro insaputa. Il fatto vero è che l'artista cerca sempre, con i suoi strumenti, di ricomporre i frammenti di una speranza e che questa è anche l'essenza dell'aspirazione del poeta. Basta leggere i versi che Rafael Alberti, ad esempio, ha dedicato a Picasso, Tàpies e altri ancora. E soprattutto leggere Emilio Villa che ha partecipato l'esplosività della sua scrittura multiforme alla pittura di Burri, Capogrossi, Turcato, per citarne solo alcuni. E che ha fatto della poesia per l'arte qualcosa di assolutamente nuovo, irripetibile, che resterà nel panorama culturale come un momento intangibile alla conoscenza: non semplice cleptomania di accompagnamento, ma pietre dure e acuminate da lanciare nello stagno limaccioso del sistema dell'arte. Ora, esaurita la necessaria digressione per dare nuova evidenza alla poesia dedicata a una pittura di colore puro e nuova armonia, non resta che riprendere con mente sgombra e possibilmente portare a provvisoria conclusione lo scandaglio su Giorgio Ulivi e gli esiti più recenti ed esaltanti del suo lungo percorso d'artista. Partendo da quando, soprattutto, si è trovato davanti la superficie bianca e ha cominciato a scriverla con la sua grafia minuta, ordinata. Non si è trattato della ripresa delle scritture sinistre, violente e indecifrabili degli anni sessanta, ma di qualcosa di disteso e concentrato allo stesso tempo: un diario onirico, leggibile, nel quale le parole corrono veloci senza inciampi, dopo aver trovato la loro collocazione necessaria, pagina dopo pagina. Successivamente le sue mani si sono mosse fra i molti lembi di carte accuratamente temperate di colori puri e accumulate per lungo tempo, per sceglierne alcune e depositarle con delicatezza sulla tavola scritta. Nessuna di queste operazioni è lasciata al caso, mentre è soccorso dalla disciplina spaziale e coloristica maturata in anni di lavoro. Le carte vengono liberate solo quando il suo sguardo si è fatto più attento, quasi ipnotico. E' a quel punto che fogli mutano in tracce di colore, mentre volteggiano e scendono fino a ricomporsi sulla superfìcie che già desideravano. Piano, piano trovano negli attimi che intercorrono tra la scelta, la presa e la deposizione, quella perdita di ogni rigidità, fino a farli confluire in una sorta di geometria morbida in grado di rigenerare la tavola che si colloca nel territorio sacro della comunicazione, come una nuova pelle di tutte le emozioni ancora possibili. A ben vedere non è diversa dalla perpetuazione del ciclo naturale che trasforma la larva in crisalide e poi in farfalla sfavillante capace di muoversi leggera e gioiosa nello spazio, mentre Intorno vibra l'impercettibile rumore bianco del flusso libero della mente. Così, alla fine della lunga e complessa operazione che si è svolta nella concentrazione dei sensi, Ulivi riesce a far cantare il rosso con il verde, l'argento con il giallo e la trasparenza della luce con il segreto dell'ombra. In altre parole, realizza lo straordinario equilibro del segno-colore di un'arte che, attraverso un'altra delle sue incessanti mutazioni, ha trovato una nuova forma poeticamente compiuta, significativa, gioiosa. Soprattutto cosciente. Dipinta libertà, appunto. 4- LE PROFONDITÀ DELLE SUPERFICI O pittura, o poesia. Non altro. Alberto Giacometti Qualcuno ha scritto che l'arte non sarebbe una forza, ma soltanto una consolazione, dato che per suo tramite non si raggiungono delle vere catarsi, mentre, al contrario, si riescono ad appagare semplicemente quelle limitate richieste dello spirito, che a stento possono ancora sopravvivere in questi tempi di imbarbarimento progressivo, ormai senza ritorno. Anche se non si trattasse di una sottile menzogna è comunque una affascinante forzatura, dove l'uso dei classici stereotipi - l'arte, la realtà, i tempi - sarebbe funzionale più ad un intellettualismo snobistico, che ad una seria analisi della spinosa questione. E, a questo punto, diventa necessario chiedersi, come ha fatto Borges nel suo raffinato uso del pensiero capace di rovesciare gli stereotipi più resistenti, se quella che noi chiamiamo realtà appartiene più al genere fantastico che a quello realistico. Ciò vale per tutte le forme creative e dunque anche l'arte visiva, questo groviglio di tutte le illusioni interpretative, che a volte la trasformano in un masso che rotola sempre più veloce lungo una costa ripida, travolgendo gli ostacoli che incontra, e altre in un oceano da navigare senza tregua. Il fatto fondamentale è il coraggio di spingersi fino a raggiungere quella sottile linea di non ritorno, situata ben oltre il visibile e in grado di accrescere la conoscenza e acuire le istanze di una sensibilità immateriale, inalienabile nel genere umano, nonostante la realtà dei tempi. Questa incessante richiesta di espansione comunicativa giustifica la permanenza dell'arte nel mondo, a partire dalle semplici impronte delle mani sporche di terre colorate nelle caverne dei primitivi, fino alle provocatorie e sofisticate elaborazioni attuali. Il fatto incontrovertibile è che in ogni epoca c'è stato qualcuno, in grado di trasformare un segnale d'ansia o di paura in una fonte di nuova meraviglia. E chiamare catartica o semplicemente consolatoria questa funzione è del tutto secondario. L'arte non è che la continua mutazione di se stessa mentre noi stiamo percorrendo il tempo della vita; è come la rosa di Paracelso che risorge, rigogliosa e profumata dopo essere stata ridotta a tizzone fumante nel fuoco. E, ancora, è come quella piccola pianta del deserto che, dopo essersi chiusa in se stessa nella siccità, è pronta a tornare nuovamente verde e fiorita con le prime gocce di pioggia. Anzi si dice che basti una rugiada mattutina per rianimarla, vivificarla. Infatti l'arte, dichiarata ripetutamente morta, è sempre disponibile a trasformarsi nella stupefazione di se stessa per l'apporto di chi, incurante dei riti funebri in corso, ne sa cogliere la trasformazione ancora possibile. Certo, non è attività per chiunque si autodefinisca artista pur essendo solo un semplice esecutore in fuga dalla realtà, più concentrato a consumare il tempo essendo incapace di trasformare dei vaghi sentimentalismi in vera energia creativa. Perché l'arte richiede dedizione assoluta, grande energia e spirito indomito (e magari anche quel cuore ferino di dannunziana memoria). E' sicuramente per questo che il suo panorama è paesaggio ondulato di colline, nel quale è rara la presenza di poche, vere montagne. Sulla cima di una di queste sta Giorgio Ulivi che non ha mai esitato a farsi ladro di luce e di colori pur di riuscire ad abbandonare ogni pragmatismo geometrizzante, quando rischiava di diventare limitativo. Ciò ha richiesto il continuo dialogo con la materia primaria dell'arte e lo spiazzamento del mondo, magari senza l'utopica pretesa di renderlo artistico, ma con l'incrollabile determinazione ad andare al cuore delle cose nell'oblio dell'oggetto del suo inquieto scandaglio. E' riuscito nell'impresa di essere figlio del suo tempo senza diventarne il servo e ciò gli ha procurato una libertà senza limiti. E, anche, perché ha sempre posseduto quella maestria della pittura, alla quale ha saputo aggiungere una non comune capacità di far vibrare ogni raggio di luce nelle trasparenze delle sue costruzioni. In ultima analisi, non ha mai esitato a fare un passo ulteriore in direzione dell'ignoto, pur di riuscire a sviluppare le sue architetture delle emozioni. Messo di fronte al dilemma di restare il piccolo giocattolaio del tempo andato, oppure scalare le vette della pittura, ha scelto senza esitare quest’ultima possibilità. Da allora non ha mai smesso, e ancora continua con passi senza inciampi in altre direzioni, giorno dopo giorno per alimentare la gioia di ogni nuova conquista. Giorgio Ulivi, ladro di colori e alchimista della materia mutante. Artista dalla vocazione irrinunciabile alla poesia, soprattutto.
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