Giuseppe Nicoletti
scritto in occasione dell'esposizione alla Galleria Fluxia di Chiavari 1987
L’ultima volta che c’eravamo occupati di Giorgio Ulivi fu nel maggio del 1980 in occasione di un’esposizione organizzata del Comune di Pistoia, presso il bellissimo ex Convento del Tau, un interessante spazio museale allora in corso di restauro. In quel momento Ulivi, reduce da un’esperienza assai interessante e articolata di astrazione geometrica, sviluppata poi fino a definire nuove soluzioni prospettiche e ottiche, presentava una serie di lavori incentrati sullo studio finemente intellettualistico delle valenze prospettiche dei colori-base della tradizione manieristica e, in specie, di quella pontormesca. Ebbene, in questi anni la ricerca dell’artista è indubbiamente avanzata su quel particolare versante ed oggi siamo di fronte ad un gruppo di opere che definiscono un risultato acquisito. Intanto Ulivi ha consumato quel rapporto di sperimentazione “scolastica” che lo legava al referente pontormesco e ha proceduto, sulla base di quella premessa, su una strada che solo è sua, volta a stabilire con grande libertà inventiva un rapporto di tipo musicale tra i frammenti di colore e lo spazio circostante. Certo, rimane come unità di misura espressiva quel caratteristico segno o striscia (vettore di una particolare connotazione cromatica), ma ormai restituito alla sua piena autonomia e quindi impiegato non come semplice contenitore di materiali coloristici, giacchè ora si muove sulla campitura con estrema disinvoltura a ricercare equilibri e ritmi inediti. Resta un fatto da mettere in rilievo, tuttavia, e ciò a onta di formati spesso minimi adoperati in questa occasione dall’artista: vogliamo affermare che per Ulivi lo spazio abituale del quadro non risulta mai sufficiente, egli tenta ogni volta di evaderne, di spingersi oltre, di additare nuove frontiere ai suoi segni. Questo è successo in altri momenti della sua carriera creativa (e, infatti, le “scorrerie” nella plastica e nella pratica tridimensionale sono numerose) e questo succede potenzialmente anche oggi. Bisogna guardare i grandi formati (e sono bellissimi) per verificare un’asserzione del genere: qui si assiste quasi ad un contatto fisico fra l’artista e la superficie e questa, nonostante le sue dimensioni, mostra di non contenere a sufficienza l’allusività dei vettori cromatici che come stelle mobili, come satelliti in continua evoluzione si spostano di continuo nella ricerca di un correlativo musicale alla maniera di Kandinskji. Se la superficie si mostra inadeguata, il nostro pensiero corre allora alla possibilità di vedere questi nastri non più appiattiti su di essa ma staccati e quindi preda di un reale movimento come le sculture aeree di Calder. Ma non precorriamo i tempi della futura ricerca di Ulivi per il quale l’odierno lavoro rappresenta un sicuro punto di arrivo, anche perché la suggestione che nasce dall’immaginare un movimento impresso potenzialmente nel segno è pari, se non più grande a quella che si ha verificando il processo dinamico in atto.
Del resto, il mantenimento di questa, come dire, ambiguità percettiva (per questo l’immobilità del segno piano allude al movimento e alla scansione) riesce strumento ineludibile della comunicazione artistica, semprechè sia assistita da una cura formale e da una tecnica senza pecche o approssimazioni. Ma in questo, come ognuno può vedere, Ulivi non teme confronti: l’impeccabile nitore della sua pagina è pronto ad accettare la sfida di qualsiasi illusionismo meccanico.
Giuseppe Nicoletti
Galleria Fluxia 21 febbraio - 8 marzo 1987
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